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Metodo Walstad: pro e contro!

Una disamina approfondita di Luca Frosini, esperto acquariofilo di lunga data, che con precisione chirurgica mette in luce in modo dettagliato e senza remore i pro ma anche le numerose lacune della gestione delle vasche proposto da Diana Walstad.

Fin dalla sua uscita oltre 20 anni fa il libro di Diana Walstad “Ecology of the Planted Aquarium”, libro che ha avuto grande successo internazionale e che è stato ristampato in più edizioni, ha fatto molto discutere. Il lavoro della scienziata è stato sicuramente mirabile , inserendo in un testo a larga diffusione e non rivolto solo ad un pubblico ridotto costituito da studiosi il funzionamento e l’importanza fondamentale sia delle piante in acquario con la loro azione di depurazione dell’acqua ma anche  del materiale di fondo in acquario ai fini del corretto sviluppo delle piante stesse che come  supporto a molti ceppi batterici coinvolti in vari cicli di trasformazione delle sostanze organiche ed essenziali nell’ecologia dell’acquario , ha esaminato le svariate funzioni svolte nel fondo e a favore della corretta colonizzazione dello stesso da parte delle radici delle piante , ha valutato l’apporto di micro e macroelementi proveniente dal mangime  in relazione al peso dello stesso e ai dosaggi medi di un acquario simile alle vasche che abbiamo in casa , ha trattato i primi cenni ad allelopatie specifiche , e tante altre cose magari già approfonditamente riportate anche in altri testi di acquariofilia precedenti ma comunque sempre utili da ricordare . Il tutto conciliando una parte rigorosamente scientifica con tutti i processi chimici sviscerati nel profondo assieme ad una parte divulgativa ben comprensibile dal comune appassionato accompagnata da applicazioni e “ricette” pratiche.

In tempi successivi all’uscita della prima edizione ricordo anche gli interessanti esperimenti su una metodologia applicata in passato al fotoperiodo uscita dai laboratori di una notissima ditta tedesca egemone del mercato acquariofilo, attorno alla quale le discussioni nel tempo sono fiorite quasi al pari dell’opera stessa della Walstad e di cui mi sono già occupato nella scheda dedicata al fotoperiodo spezzato. Un metodo che ha applicazione pratica di successo solo in un limitato numero di acquari con conduzione particolare ma comunque non privo di interesse, foss’anche solo per approfondire alcuni meccanismi della fotosintesi e dell’enzima RuBisCo .

Quindi una sorta di riferimento assoluto? Un faro salvifico nelle nebbie della conduzione di un acquario? Un metodo infallibile? Qualcuno è arrivato a paragonare il suo libro ad una sorta di Bibbia nel campo dell’acquariofilia …

Purtroppo non si tratta di nessuna delle quattro cose, e questo non perché la nota microbiologa pecchi di conoscenze ma ci sono alcuni punti critici

nelle premesse e promesse postulate ad inizio trattazione. Lo scopo di questo articolo è analizzarle non tanto alla luce di esperienze mie o altrui ma semplicemente mettendo a confronto le dichiarazioni dell’autrice con le sue stesse esperienze riportate nel corso della narrazione.

Inizio facendo i miei doverosi ringraziamenti non solo all’autrice ma anche al sito che ha messo a disposizione di tutti buona parte della versione italiana ormai non più edita e quindi nello specifico al sito Acquariofilia Facile all’indirizzo acquariofilia.org (sito tra quelli che consiglio a tutti di tenere in considerazione nelle proprie ricerche attorno ad argomenti inerenti l’acquariofilia) e a Roby70 che si è occupato della traduzione .

Iniziamo riportando le dichiarazioni di intenti, quelle che dovrebbero giustificare l’adozione concreta del metodo da parte degli appassionati che possono essere riassunte dalle sue parole nel primo capitolo:

 

“Il risultato finale con pesci e piante sane assomigliava a un acquario naturale ed equilibrato; tuttavia i mezzi per ottenerlo erano innaturali, costosi e laboriosi.

Con questo libro, vorrei far risorgere la versione più antica dell’acquario naturale e piantumato, ma con una comprensione molto maggiore del suo funzionamento.

Gli acquari a bassa tecnologia («low-tech») che mantengo sono caratterizzati da un numero piccolo o moderato di pesci, filtrazione e pulizia ridotte, un gran numero di piante che crescono sane e diversi microrganismi. Essenziale per il mio acquario naturale sono l’illuminazione moderata, un fondo arricchito con terriccio ordinario fertilizzato e piante ben adattate. Si differenzia da ciò che la maggior parte degli acquariofili americani conosce: vasche con poca illuminazione e fondi di ghiaia. “

L’acquario «low-tech» è più facile (e meno costoso) da allestire e mantenere. Questo perché i processi naturali sono sfruttati appieno. Ad esempio la CO2 è fornita da batteri e pesci e non artificialmente. Le piante, e non i filtri a percolazione, rimuovono l’ammoniaca dall’acqua e proteggono i pesci. Gli elementi traccia (micronutrienti) sono forniti alle piante dal mangime per pesci e dal fondo, non dai fertilizzanti.

  I miei acquari spesso vanno avanti sei mesi o più senza cambi d’acqua. I pesci vengono nutriti bene, in modo che le piante non abbiano bisogno di essere fertilizzate artificialmente. L’unica manutenzione di routine è quella di rabboccare l’acqua evaporata e potare la crescita delle piante in eccesso. Le vasche sbilanciate necessitano invece di pulizia e interventi costanti.” ” L’acquario «low-tech» è più facile (e meno costoso) da allestire e mantenere. Questo perché i processi naturali sono sfruttati appieno. Ad esempio la CO2 è fornita da batteri e pesci e non artificialmente. Le piante, e non i filtri a percolazione, rimuovono l’ammoniaca dall’acqua e proteggono i pesci. Gli elementi traccia (micronutrienti) sono forniti alle piante dal mangime per pesci e dal fondo, non dai fertilizzanti.”

Immaginate, un acquariofilo libero dalla ciclica gogna del cambio d’acqua, scevro dal dover sostenere costi esorbitanti, orgoglioso esibitore di vasche ben piantumate, eroico ecologista che evita il ricorso alla chimica, ottenendo il tutto col minimo dispiego di mezzi economici e di tempo. Un acquario ai limiti della autosufficienza grazie al recupero dell’antica saggezza smarrita per colpa della tecnologia al soldo dei biechi interessi commerciali dei poteri forti dell’acquariofilia, il sogno di tutti noi!! “El pueblo, unido j..”. Scusate quella era un’altra cosa, mi sono fatto prendere dagli slogan!

La prima nota è che il libro è uscito in un periodo in cui in alcuni paesi si stavano diffondendo ed affermando metodologie di conduzione mutuate parzialmente da impianti profondamente differenti dall’acquario domestico , come il filtraggio a percolazione in sump in genere poste sotto alla vasca principale che poi necessitava , per avere una decente crescita delle piante , dell’immissione di massicce quantità di CO2 che veniva copiosamente espulsa dal filtro a semisecco alimentato da potenti pompe. Un sistema che in Italia è stato proposto ma che ha avuto limitato successo ed è quasi completamente scomparso, tornando per lo più ad occupare la sua nicchia merceologica laddove l’alta concentrazione ittica e la necessità di provvedere ad una rapidissima trasformazione di ammoniaca e nitriti nei poco tossici nitrati sia indispensabile, estranea alle vasche domestiche di pesci tropicali più comuni, pur con delle eccezioni. Quindi molti dei problemi che voleva risolvere erano a noi alieni e lo sono ancor più oggi a tutti gli appassionati.

Anche le vasche con poca illuminazione molto spoglie tipiche degli USA non sono certo la norma in Italia o in Europa, se ne vedono ancora tra i neofiti, associate all’abbondante presenza di plastica e colori fluò , ma ovviamente queste ultime  non erano e non potevano essere contemporaneamente le vasche con grande dispiego di impianti di CO2 “High Tech”.

Quindi si accomunano vasche definite “High Tech” con vasche scarsamente illuminate, qualcosa inizia a non essere chiaro e iniziamo a far cadere una prima speranza “risparmioso/pulciara” del potenziale lettore, l’illuminazione è necessaria e la sua ” illuminazione moderata” è maggiore rispetto a molte dotazioni base di acquari di serie delle vasche che definisce “con poca illuminazione e ghiaia”.

Prima speranza delusa : l’illuminazione è necessaria e spesso maggiore per consumi ad un impianto oggi in dotazione a molti acquari , le piante rapide necessarie a far funzionare un acquario correttamente per crescere , pur quando non esigenti , non sono certo accontentabili con i cimiteriali lumini con cui riescono a resistere una Anubias o una Bucephalandra o simili , piante dalla velocità di crescita degna della celere esecuzione dei lavori della Salerno-Reggio Calabria che tutti conosciamo .

Seconda delusione i suoi acquari non sono adatti a mantenere un medio-elevato numero di pesci, lo dichiara apertamente, quindi i neofiti riempitori, gli accumulatori seriali di specie, gli innamorati di Guppy ed affini, sono avvisati: niente assembramenti!! E non si tratta di dichiarazioni di discussi politici che si avvicendano al potere, è necessario per mantenere sani gli ospiti in una gestione di questo genere. Ecco che l'”High Tech” tanto temuto, seppur non nelle forme americaneggianti, inizia a materializzarsi negli incubi del sognatore che pensava, pur infarcendo il proprio acquario di tutti gli ospiti agognati, di sfuggire con una apocrifa forma della moltiplicazione dei pani e dei pesci a una serie di necessità gestionali…

No, non si può, tanti pesci e metodo Walstad non vanno d’accordo e questo già potrebbe essere un sepolcrale macigno che campeggia sulle insane speranze di più di qualcuno.

“Ma c’è una chiara promessa di acquario più facile da mantenere e gestire nelle sue dichiarazioni!” – Urla l’aspirante seguace.

Si, c’è, peccato che pochi paragrafi più avanti leggiamo questo:

“Le vasche con una buona crescita delle piante non hanno bisogno di molta pulizia. In genere cambio dal 25 al 50 % dell’acqua circa una volta ogni 6 mesi, non sifono il fondo e pulisco i filtri solo quando la portata diminuisce troppo. Di solito questo avviene una volta all’anno per i filtri normali o ogni due mesi per i filtri a cascata.

Rimuovo l’eccesso di crescita delle piante circa una volta al mese, tagliando le foglie di Echinodorus e Cryptocoryne e rimuovendo le piante galleggianti in eccesso. Considero la potatura fondamentale per permettere alle piante di continuare a crescere. Le piante che non crescono per il sovraffollamento non purificano l’acqua per i pesci. Infatti le piante in decomposizione possono inquinare l’acqua, piuttosto che purificarla.”

Quindi i filtri andranno puliti comunque e a seconda dei tipi ogni due mesi , ma soprattutto bisogna potare regolarmente le piante , operazione abbastanza lunga e da fare con criterio visto che una vasca basa una parte fondamentale della sua efficienza sul metabolismo delle stesse e tagliare foglie di Cryptocoryne ed Echinodorus richiede una certa attenzione , nulla di metafisico ma neppure operazione banalissima viste le amenità che giornalmente leggo nei post sui gruppi Facebook per tacere di ciò che ho visto fare a tanti neofiti nella mia esperienza . Sui cambi torneremo, tenete a mente la dichiarazione del cambio del 25-50% ogni 6 mesi perché l’autrice poi farà affermazioni ben differenti e addio alla beata, paradisiaca pigrizia dell’acquariofilo poltrone.

Badiamo bene a queste parole:

” Le piante che non crescono per il sovraffollamento non purificano l’acqua per i pesci. Infatti le piante in decomposizione possono inquinare l’acqua, piuttosto che purificarla.”

Quindi oltre a dover potare bisogna pure stare attenti alle piante/foglie in decomposizione, toccherà eliminarle?

Manine in ammollo? E la manutenzione scarsa promessaci??

La manutenzione scarsa non è così scarsa, atroce colpo aggravato dal fatto che nel capitolo 5, per magia, il cambio semestrale diventa un “cambio trimestrale del 40%” quindi iniziamo ad avvicinarci ad una comunissima manutenzione ordinaria, con in aggiunta il fatto che in questi acquari la popolazione ittica dovrà essere modesta. In pratica meno pesci, più piante e solo un po’ meno manutenzione. Una via di mezzo tra un acquario comune e la “autovasca” di lorenziana memoria ( lorenziana da Konrad Lorenz , celebratissimo medico psichiatra , professore di psicologia , zoologo ed etologo , autore del best seller “L’anello di re Salomone” e vincitore di premio Nobel per la medicina e la fisiologia per i suoi studi sulle componenti innate del comportamento e in particolare dell’imprinting nelle oche selvatiche ) in cui dei solinghi pescetti si aggiravano x misere vasche , dal grande volume in rapporto agli abitanti , illuminate dalla luce del sole come ai tempi dei nonni dell’acquariofilia , interessanti per capire i cicli naturali ma certo improponibili ai più oggi .

Ma torniamo ai primi 4 capitoli e badiamo a questa dichiarazione di Diana Walstad: “Le misure di pulizia che invece potrebbero aumentare la tossicità dei metalli sono:

– cambiare l’acqua: il cambio rimuove i DOC protettivi e, se l’acqua di rubinetto è contaminata, ogni cambio d’acqua è in sostanza una nuova dose di metalli;

– eliminare le proteine con uno schiumatoio (Skimming proteico): rimuove i DOC;

– filtrare con carbone: rimuove i DOC.

Nel seguito del capitolo vengono riportati anche alcuni esempi relativi all’acqua potabile degli Stati Uniti in cui i livelli di metalli pesanti rilevati sono di gran lunga maggiori di quelli presenti negli acquedotti italiani. Ad esempio nel mio comune possiamo trovare questi valori (espressi in ppm): Cadmio < 0.0003; Cromo < 0.01; Zinco < 0.017; Mercurio < 0.0002; Piombo < 0.01.

L’utilizzo dell’acqua di rubinetto nei nostri acquari è quindi, a meno di casi particolari, utilizzabile senza problemi e senza la necessità di prodotti particolari.”

Ora, il cambio d’acqua può essere pericoloso ma la pur molto più inquinata della nostra, acqua di rubinetto USA non è assolutamente pericolosa (tranne eccezioni evidentemente), si può usare senza biocondizionatore nelle sue vasche secondo la Walstad… E se non è pericolosa quando lei avvia la vasca e non è pericolosa quando fa il cambio del 50% ogni 6 mesi delle premesse iniziali, perché, di grazia, gli italici sostenitori aprioristici vorrebbero vietare urbi et orbi i cambi d’acqua più frequenti ???

Tra l’altro alcuni inquinanti non vanno via facilmente e quindi al cambio verranno sostituiti da una quantità equivalente, se si usa la stessa acqua di rete, ma che in caso abbiamo introdotto inquinanti per via di mangimi o per effetto di cessione da parte di materiali plastici etc dello stesso acquario andremo a rimuoverne l’eccedenza che altrimenti rimarrebbe nel nostro amato acquario .

Sui DOC torneremo, necessita una trattazione a sé.

Non che siano in sé particolarmente di nocumento, anzi danno benefici ai pesci, ma un effetto sull’efficienza di filtraggio ed uno , innocuo ma temutissimo dai più , sulle alghe e l’aumento della loro crescita lo hanno e ben determinato . Ci torneremo presto in altre schede. Continuiamo nella trattazione critica, che ricordo non è una critica alla bravissima autrice ma ad alcuni “paraocchiuti seguaci”, dei capitoli da 5 a 9 .

 

Adesso addentriamoci nel quinto capitolo e notate subito questo paragrafo:

“Apparentemente, le mie preoccupazioni sulle carenze di micronutrienti non erano fondate. È dimostrato che iI terriccio nell’acquario modello ha fornito molti micronutrienti, tra i quali un enorme eccesso di ferro. La leggera clorosi che ho osservato occasionalmente nelle mie piante probabilmente non era dovuta a carenza di ferro ma ad altri fattori, come l’allelopatia e la tossicità dei metalli. Il carbonio, che non è fornito in maniera sufficiente da nessuna fonte, è probabilmente la sostanza nutriente limitante per la crescita sommersa delle piante acquatiche. La materia organica del fondo dovrebbe fornire sufficiente carbonio per diversi mesi, ma in seguito, il mangime dei pesci ne diventerebbe la fonte primaria. Tuttavia, il carbonio introdotto con il mangime è poco (confrontandolo con gli altri nutrienti) e può facilmente essere perso per la dispersione della CO2 in aria. Questa carenza spiega perché le procedure che forniscono alle piante più carbonio (ad es. introducendo artificialmente CO2 o permettendogli di crescere emerse) stimolano così fortemente la crescita delle piante. In vasche con acqua tenera possono verificarsi, in alcune specie di piante, carenze di potassio, magnesio e calcio. Ferro e manganese potrebbero essere carenti solo in vasche senza fondi di terriccio o accumuli di melma. La melma è probabilmente una ricca fonte di ferro, manganese, rame, zinco, fosforo e calcio. Le vasche di piante senza un’adeguata presenza di pesci probabilmente esaurirebbero rapidamente le principali sostanze nutritive come azoto, potassio e fosforo. “

 

Rileva problemi di crescita delle piante e ne dà colpa ad ipotetiche allelopatie, la cosa lascia dubbi seri anche se possibile, ma parla di eccesso di ferro e tossicità dei metalli… Ma come, non ci vuole far usare un biocondizionatore poi ha metalli tossici in quantità? Sorvoliamo, i metalli tossici possono essere molti e non credo esistano biocondizionatori in grado di legarli tutti in effetti (anche se la cosa lascia pensare) ma questi metalli pesanti da dove arriverebbero?

O dal terriccio utilizzato o dall’acqua di rete, non si sfugge. Non credo abbia usato mangime fatto con scarti di lavorazione di un petrolchimico…

Quindi i due elementi naturali, cardine, non sono così sicuri?

Comunque ha ferro in eccesso , dichiara lei stessa , e il ferro in eccesso non è buona cosa , sia per lo stimolo alla crescita algale (OK le alghe sono naturali e danno una mano volendo ma certo che belle non sono e proprio un acquariofilo principiante o medio rifiuterebbero a priori una simile eventualità , uno studioso o un naturalista o cmq una persona poco dedita a criteri di estetica legati alla iperprecisione potrebbero apprezzare o tollerare ma siamo al 1% scarso degli appassionati ) , sia perché il ferro in eccesso …

Non fa assolutamente bene alle piante!

Il ferro può generare radicali che interferiscono negativamente con i lipidi, il DNA , le proteine e più il pH scende e più il pericolo aumenta ,curiosamente tra i sintomi da eccesso di ferro abbiamo oltre a puntini marroni nelle foglie , radici annerite e morenti e … Foglie marrone o arancio moribonde e carenza di manganese , assimilazione del quale inibita dal ferro in eccesso , la carenza di manganese porta ad una clorosi generale !! Quindi magari le piante in questione erano solo sofferenti per l’eccesso di ferro, ma ovviamente come lei ha fatto supposizioni vaghe avendo la situazione sotto controllo e tanti strumenti (ma che non ha usato a quanto pare…) le mie possono solo essere larvate ipotesi, però il dubbio rimane …

Punto cruciale:

ammette insufficiente apporto di CO2!!

Cioè 10 Kg di terriccio non producono ciò che si sperava facessero in fatto di CO2!!

Quindi l’acquario con impianto di CO2 si prende una sonora rivincita, schiacciante direi!

Non che non si possa gestire una vasca senza CO2 (ne ho 2 io stesso, strapiene di pesci in salute e stracariche di piante ma sono gestioni cmq in cui le piante vanno scelte con oculatezza così come il resto , non consiglierei ad un neofita qs strada e non può impunemente essere intrapresa con tutte le specie di pesci, per paradosso uno dei due ha solo sabbia molto fine senza altro nel fondo ) ma una aggiunta , anche non particolarmente spinta , è davvero benefica per tutto l’equilibrio in vasca .

Proseguiamo e nuova perla (risposta ad una domanda):

“Aggiungere CO2 all’acqua di R.O. può facilmente ucciderli (l’acqua di R.O. non contiene praticamente sali, compresi i bicarbonati, e quindi non è abbastanza alcalina per tamponare la CO2 aggiunta). Se inserisci CO2 devi semplicemente mantenere una certa alcalinità nell’acqua. L’aggiunta di acqua dura e di bicarbonato di sodio è un modo per aumentarla. Con queste aggiunte fatte periodicamente dovresti portare l’alcalinità a livelli normali. La tua vasca dovrebbe avere una durezza carbonatica (KH) superiore a 3 o 4.”

 

Ora , giustissimo non avere KH a 0 ma se non cambia mai o quasi mai l’acqua , non aggiunge CO2 e quindi le piante tramite decalcificazione biogena abbassano il KH e noi lo alziamo usando bicarbonato di sodio……… Una volta o due non accade nulla ma poi il sodio continuerà ad accumularsi perché solo una piccola parte sarà consumata e se non facciamo dei bei cambi sostanziosi finiremo per avere il sodio e la conduttività alti e le piante inizieranno a soffrire e pure alcuni pesci e il potassio verrà meno assimilato a causa del sodio e quindi lo dovremo usare ma sempre in quantità maggiori perché il sodio salirà e anche il potassio aumenterà la conduttività e via in un circolo vizioso per non fare un cambio d’acqua in più che ci consentirebbe pure l’uso del bicarbonato se proprio volessimo (eviterei comunque ma fate voi e calcolate bene ciò che fate ricordando che misurare il sodio è costoso, molto costoso).

Torniamo sul testo:

“Se un sistema di immissione di CO2 valga il prezzo è una scelta personale. Io non lo uso perché sono soddisfatta delle mie piante e dei miei acquari.

Generalmente le piante acquatiche crescono molto meglio con l’aggiunta di CO2. Questo perché la CO2 è spesso il fattore limitante nella maggior parte degli acquari, incluso il mio; se non altro perché tante altre sostanze nutritive, come l’azoto e il fosforo, sono abbondanti.

Tuttavia il lato negativo è che, utilizzando la CO2, la tua vasca richiederà molto più lavoro. Non tutti gli acquariofili amano fare frequenti potature dovute alla fertilizzazione con CO2. E poiché la mancanza di carbonio non limita più la crescita delle piante, spesso è necessario fertilizzare artificialmente. Sarà necessario monitorare continuamente pH e KH per assicurarsi che l’alcalinità faccia da tampone. Se si ha acqua tenera sarà necessario aggiungere regolarmente bicarbonato di sodio o carbonato di calcio su base per mantenere il KH sicuro per i pesci. In qualche occasione gli appassionati hanno riportato massicce morie di pesci durante la notte causate da «un’overdose» di CO2.

Inoltre ci possono essere effetti a lungo termine causati dalla fertilizzazione con CO2 sul fondo. Alcuni appassionati hanno prima descritto come miracolosa la crescita delle piante con i loro nuovi sistemi di erogazione della CO2, per segnalare poi un inspiegabile collasso dei loro acquari dopo un anno o due.”

Io guardando i suoi acquari non sarei molto soddisfatto, de gustibus…

Ma ammette che la CO2 è un vantaggio anche se poi agita lo spauracchio di morie etc , ma sono cose ben evitabili con le normali accortezze e dosando con parsimonia, aumentando lentamente i dosaggi di CO2 soprattutto in fase iniziale . Controllare il KH richiede spesa davvero irrisoria e tempi brevissimi, non mi soffermo oltre su questo.

Gli effetti “moria delle vacche” di Totò/peppiniana memoria sulle povere piante dopo un solo anno o due in acquari con CO2 mi è sconosciuta e scientificamente non vedo spiegazione alcuna data dall’autrice che pure tanti bellissimi ed insostituibili studi ha condotto , ritengo più probabile che si tratti di vasche da aquascaping con fondo allofano o con fondi iperfertilizzati che possono facilmente ad un certo punto presentare il conto , anche qui la mia è solo elucubrazione ma il fenomeno non me lo spiego altrimenti , se avete idee voi…

Infine:

“Tutta la materia organica in acquario è essenzialmente un serbatoio di potenziale CO2. Esempi sono la melma del substrato e il carbonio organico disciolto (DOC) in acqua. Le attività di pulizia (cambi d’acqua, filtrazione con carbone, sifonatura del fondo, pulizia del filtro…) rimuovono la materia organica e la sua possibilità di fornire CO2. Pertanto io non pulisco le vasche o il filtro a meno che non sia necessario.”

Tesse le lodi del DOC, ormai riconosciuto, oltre una certa soglia, promotore principe dello sviluppo algale, OK le alghe fanno pure bene ma ci stringiamo al nostro 1% scarso di acquariofili tolleranti… Sul DOC magari torneremo con qualcosa di specifico e su cosa comporti il suo accumulo nei filtri, per carità nulla di catastrofico in un acquario con pochi pesci e tantissime piante e un fondo in perfetta forma ma appunto con tanti se…

Il discorso fango e sedimento sul fondo apre invece scenari inquietanti per le possibili ripercussioni sulla salute di pesci delicati e sensibili alla presenza elevata di patogeni ma in questo vi rimando agli ottimi articoli di Maurizio Vendramini.

 

Capitolo 7

È pieno di cose utilissime, studi specifici su alcune specie di piante, considerazioni valide sulle differenti condizioni di coltivazione, adattamento, preferenza per l’ammonio rispetto al nitrato ed è quello che spero un giorno si faccia specie per specie con tutte le piante d’acquario! A livello empirico concordo anche sulla maggior importanza per tantissime piante di un buon tasso di CO2 rispetto al fornirgli acqua tenera (con le dovute eccezioni) ma qui c’è un grosso controsenso:

vorrebbe fornire questo CO2 con melma, terra da giardino e DOC laddove prima lei stessa con 10 Kg di terriccio non ce l’ha fatta??

 

Capitolo 8

Il capitolo parte magistralmente ma poi arriva al paragrafo 3 che lascia molti, molti dubbi:

“La microzona ossidata mantiene nutrienti e tossine nei sedimenti.

La microzona ossidata è lo strato superficiale dei sedimenti e separa l’ambiente dei sedimenti dall’acqua aerobica sovrastante. Anche se può essere spessa solo pochi millimetri è di fondamentale importanza. In primo luogo, impedisce ai nutrienti di diffondersi nell’acqua sovrastante…In secondo luogo, nella la microzona ossidata c’è una dilagante attività batterica della quale beneficiano gli ecosistemi acquatici (inclusi gli acquari). Qui vari batteri neutralizzano l’ammonio e il solfato di idrogeno generato nei sedimenti inferiori ed impediscono a queste tossine di entrare nell’acqua sovrastante. Gli ossidanti del metano convertono il metano in CO2 che le piante possono utilizzare. I batteri eterotrofi convertono la materia organica in sostanze nutritive che le piante possono utilizzare. Se questo strato superficiale è anaerobico anziché ossidato (con ossigeno), può causare problemi negli ecosistemi acquatici.”

Ma per evitare che diventi anaerobico non serviranno una certa pulizia anziché avere uno strato di melma in decomposizione che potrebbe consumare immediatamente l’ossigeno? Quindi una sifonatina andrebbe data pur senza entrare ad aspirare in profondità?

Con i microrganismi potenzialmente patogeni poi come facciamo se non gli togliamo almeno in buona parte il terreno di coltura?

Non mi addentro perché non ho le competenze per sapere nello specifico e non ho fatto neppure ricerche ma il dubbio è legittimo…

In definitiva sifonando possiamo avere ugualmente la parte utile della microzona ossidata ma manteniamo lo strato superficiale in cui i pesci sono a diretto contatto, particolarmente quelli che si nutrono sul fondo, solo che la releghiamo a qualche millimetro più in basso… O no?

Segue una affermazione poco dimostrabile in base a tutte le esperienze comuni ma unita ad uno spunto interessante (relativa al substrato meno tossico, ma non sviscerata a sufficienza):

“Nella maggior parte dei casi la fertilizzazione del fondo sembrava essere sia dannosa che poco utile. La crescita migliore delle piante (nelle stesse condizioni che abbiamo in acquario) spesso non sembra avvenire nel terreno più fertile, ma in quello meno tossico.”

 

Purtroppo non si dilunga su questo ma è sicuramente uno dei moltissimi spunti di studio che la scienziata ci offre e speriamo che qualche studioso colga questo ed altri suggerimenti del libro, approfondendoli in chiave strettamente legata all’acquariofilia.

Qui una cosa che esula dal ns ambiente ma riporta al problema melma si/melma no e sembrerebbe dar più ragione al melma no e quindi alla superficie pulita piuttosto che alla assenza di sifonature seppur superficiali (è pur vero però che ho visto ed avuto anche personalmente acquari olandesi con strato di melma non indifferente e pochi pesci non troppo esigenti andare benone ma bisognerebbe poi riprovare con la presenza di pesci sensibili e non si avrebbe lo stesso risultato , io ho avuto successo con riproduzioni etc. con fondo pulito e cambi regolari )

“Uno dei principali problemi dei laghetti di acquacoltura è che i fondi di terriccio si deteriorano nel tempo e devono essere rimossi grandi accumuli di melma. A quanto pare, la superficie del sedimento diventa sempre più anaerobica dopo pochi anni e perde la sua microzona ossidata. Gli studiosi di acquacoltura hanno notato che, anche se l’acqua sovrastante è stata sufficientemente ossigenata, quando la superficie del terriccio del laghetto diventa anaerobica la crescita dei pesci è rallentata. I pesci non mangiano cibo in questi vecchi sedimenti anaerobici come farebbero nei nuovi sedimenti più aerobici. Forse l’acqua viene purificata e ossigenata dalle alghe, ma il substrato, senza piante con radici, non lo è; ed probabile il suo deterioramento nel tempo. “

 

Questo in ogni caso darebbe ragione a chi vuole almeno uno strato superficiale abbastanza pulito anche in acquario, altro che non sifonare mai soprattutto se il benessere dei pesci è posto in primo piano!

 

“Gli additivi della ghiaia come la laterite sono stati progettati per acquari che prevedono l’inserimento artificiale della CO2, la circolazione dell’acqua nel fondo e la fertilizzazione con macronutrienti. Con queste condizioni, la laterite supporta un’eccellente crescita delle piante. In generale, gli acquariofili con vasche «high-tech» usano la laterite; quelli con vasche «low-tech» come le mie, il terriccio. L’idea che un additivo per ghiaia commerciale sia più affidabile e comporti meno rischi del terriccio o della terra di giardino è interessante. Tuttavia, molti appassionati che utilizzano vari additivi per la ghiaia hanno segnalato problemi come l’annebbiamento incontrollata dell’acqua, il deterioramento del substrato e la morte dei pesci che si alimentano sul fondo. Quindi, a mio parere, non c’è alcuna garanzia che un additivo della ghiaia, solo perché proviene da una confezione costosa invece che da una pala da giardino, comporti meno rischi rispetto al terriccio comune.”

 

Non so che additivi vendano negli USA per il fondo dell’acquario ma non conosco nulla con effetti di morte dei pesci da fondo qui da noi… Ovviamente se ne conoscete segnalate pure!

 

Capitolo 9

Altro buon capitolo ma poco prima della conclusione recita così:

“Inoltre ho il sospetto che la crescita aerea sia meno importante in acquari con erogazione artificiale di CO2. L’erogazione di CO2 probabilmente ne fornisce abbastanza, così che le piante anfibie non hanno bisogno di ricorrere a strategie aeree per aumentare l’assorbimento del carbonio. In acquari senza CO2 artificiale (come la mia) una crescita aerea e/o consentire alle piante anfibie di crescere emerse diventa molto più importante. Proprio come le piante galleggianti sono utilizzate per rimuovere efficacemente i nutrienti dalle acque reflue, la crescita aerea può essere utilizzata negli acquari per rimuovere efficientemente i nutrienti in eccesso dall’acqua “

 

Ammissione evidente di come sia importante erogare CO2 visto che l’alternativa sarebbe lasciare l’acquario aperto , inapplicabile per neofiti e complesso anche per altri dato che comporterebbe l’installazione di una plafoniera sospesa a soffitto (o peggio mettere l’acquario in piena luce del sole con le nefaste conseguenze che conosciamo) e ha come risvolto negativo la necessità di aerazione dei locali molto più frequente per evitare la formazione di muffe in casa , pericolose ed antiestetiche .

 

 

Capitolo 10

Eccellente capitolo, con molte nozioni sulla biologia delle alghe non frequentemente trattati nella letteratura acquariofila nostrana.

Poi un commento al paragrafo 3 della sez. A: 

“I cambi d’acqua”

Molti appassionati riportano che sono stati in grado di combattere le alghe radicate con i cambi d’acqua. In effetti vedo poca connessione tra i cambi d’acqua e la crescita delle alghe. Le vasche mature con piante di solito hanno pochi problemi di alghe. Anche se io cambio l’acqua ogni diversi mesi o giù di lì, ci sono poche alghe. E quando di tanto in tanto sorgono problemi di alghe, i cambi d’acqua mi sembrano abbastanza inefficaci.”

 

Lei non vede come ma la riduzione del DOC e di altri nutrienti potenzialmente in eccesso ha ben dimostrato nel tempo la sua efficacia, non che non si possa fare diversamente ma semplicemente i cambi frequenti con acqua dalle giuste caratteristiche dai tempi degli acquari olandesi dei nonni in qua hanno dimostrato di funzionare efficacemente.

 

Poco dopo ammette un grave problema al paragrafo 2 della sez. C:

“Pertanto, io ho avuto a volte problemi con le alghe dopo aver allestito la vasca con terreno da giardino, poiché una notevole quantità di ferro viene rilasciata in acqua durante i primi due mesi. Solo dopo che il terreno si è «stabilizzato», la fuoriuscita di ferro si arresta e i problemi di alghe diminuiscono.”

Quindi ci vuole far fare una vasca che riempirà di alghe e col ferro a livelli fuori controllo???

Per di più in precedenza ci ha parlato di aumento di metalli pesanti nel corso del tempo……. Immaginate un M.ramirezi o una Petitella con tanto ferro e metalli pesanti in vasca ??

 

L’ultimissimo paragrafo è inquietante, parla di allelopatia ma la conclusione pare sia stata sorvolata dai seguaci:

“L’allelopatia può spiegare l’inspiegabile: perché le alghe, che hanno tanti vantaggi, non sono in grado di invadere pesantemente gli acquari con piante, anche quando le sostanze nutrienti e la luce sono abbondanti. Al contrario alcune alghe secernono allelochimici che inibiscono piante. Così l’acquariofilo deve essere consapevole che se la crescita delle alghe diventa eccessiva in acquario, questi allelochimici possono inibire la crescita delle piante. L’appassionato può facilmente rimuovere gli allelochimici delle alghe con cambi d’acqua e con l’aggiunta di carbone nel filtro.”

 

Sì, l’ultima frase è la Walstad che ci dice di FARE TANTI CAMBI per rimuovere gli allelochimici delle alghe!!

……Sorgerebbe anche un bel dubbietto: ma se rimuovo gli allelochimici delle alghe con i cambi non posso rimuovere così, almeno in parte, gli allelochimici anche delle piante che entrano in competizione tra loro? Quantomeno di quelle che questa allelopatia non la hanno tra apparati radicali??

Ci fa pure mettere il carbone attivo in vasca, carbone attivo che elimina il DOC che si teneva caro in precedenza!!…

 

Capitolo 11

Già nel primo paragrafo dice:

“Così ricordo agli acquariofili che iniziano che non ci sono garanzie e che, anche se seguono diligentemente i metodi che utilizzo, potrebbero non essere soddisfatti dei risultati.”

Quindi un metodo ripetibile ma un po’ si e un po’ no……..

Si addentra infine nella catastrofica descrizione di acquari che falliscono ed esprime dei concetti sulla filtrazione eccessiva ma si capisce come questo suo pregiudizio sia giustificato, ha scritto evidentemente in epoca dell’epopea dei filtri a percolazione (epopea che da noi è stata davvero limitata per quantità e durata) e quindi forse aveva buone ragioni per le sue proteste.

Nel complesso cmq un testo di notevole utilità e quantomeno di stimolo all’approfondimento, assolutamente non un metodo per neofiti e, in ogni caso, abbastanza scevro da quella sicumera che invece alcuni suoi “discepoli” italiani propalano in giro per forum e gruppi FB.

Lei è una scienziata e si vede, esplora strade vecchie alla luce di conoscenze nuove e le usa come spunto per ulteriori approfondimenti, molti seguaci, gli immancabili italiani “più realisti del re” finiscono invece per offuscarne gli indubbi meriti.

 

Foto: fonte web.

Testo: © Luca Frosini per Zio Pesce.blog – ogni riproduzione vietata senza il consenso dell’autore.

 

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